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lunedì 28 maggio 2012

Un genio di 16 anni risolve 2 quesiti di Newton

Sapete calcolare con esattezza la traiettoria di un proiettile sottoposto a forza di gravità e alla resistenza dell'aria?Nessuno ha mai risolto il quesito durante i quasi tre secoli che ci separano dalla morte del padre della meccanica classica Isaac Newton. E se fisici e matematici scervellandosi dal Settecento a oggi non hanno trovato una soluzione un motivo ci sarà.
Poi è arrivato un ragazzino indiano, uno sbarbatello che, tra i risolini scettici dei professori, ha sfidato e sconfitto i padri nobili della scienza di tutti i tempi. Beata sfrontatezza: Shouryya Ray, sedicenne trapiantato a Dresda, ha risolto il quesito. Non pago, forse in trance balistica, il piccolo genio ha sciolto un altro antico nodo: stimare precisamente il tipo d’impatto e di rimbalzo che segue quando un determinato corpo sbatte contro un muro. Ora accademici e studenti strabuzzano gli occhi: «Come diavolo hai fatto Shouryya?». Lui non si scompone: «C’ho provato, non credevo fosse impossibile». L’ingenuità ha trionfato sui dogmi.

giovedì 23 febbraio 2012

Il brutto anatroccolo e la scienza: non c’è correlazione tra la bellezza da bambini e da adulti

L’“attrattività” è stata spesso studiata dalla scienza, ma raramente si è studiato la “stabilità” della bellezza nel corso delle varie fasi di crescita. Un team di ricercatori ha voluto approfondire la questione.
L’esperimento ha fatto valutare la bellezza di alcuni soggetti, mostrando ad un gruppo di valutatori le foto dei soggetti quando avevano fino a 24 mesi, e ad un altro indipendente le foto di quando erano giovani (tra i 16 e i 18 anni).Contrariamente a quelle che potevano essere le attese, non è emersa una correlazione tra la bellezza da bambini e quella da ‘giovani adulti’.I ricercatori, che sottolineano come questo risultato sia possibile solo quando chi valuta non conosce i soggetti (dato che altrimenti sarebbe influenzato dalla bellezza ‘attuale’) ipotizzano che contribuisca anche il fatto che i canoni di bellezza sono molto diversi tra bambini ed adulti, e particolari che possono rendere attraenti gli adulti possono apparire poco gradevoli sui bambini.

fonte: http://notizie.delmondo.info

domenica 5 dicembre 2010

La fuga dei "cervelli" è costata 4 miliardi in 20 anni

La fuga di cervelli è costata all’Italia 4 miliardi di euro negli ultimi 20 anni, pari all’ultima ‘manovrina’ annunciata dal governo pochi mesi fa per i conti pubblici. Il 35 per cento dei 500 migliori ricercatori italiani lascia il Paese perchè non trova condizioni di lavoro adeguate. Fra i migliori 100, uno su due sceglie l’estero, nei top 50 solo 23 sono rimasti in Italia, il 54% è fuggito in paesi stranieri. I dati sull’esodo dei “top scientist” italiani sono stati forniti nella sala Zuccari del Senato da uno studio dell’ICom (Istituto per la Competitività) che ha quantificato la perdita dell’Italia in termini di ricchezza economica. Valore che è stato ricavato sulla base dei brevetti prodotti dai nostri 20 migliori scienziati che lavorano all’estero in tre campi: Chimica, Ict e Farmaceutica. I top 20 della classifica, che lavorano quasi tutti negli Stati Uniti (17 su 20), hanno prodotto dal 1989 al 2009 un numero di brevetti pari a 301. Di questi, in 155 casi sono anche i principali inventori della ricerca brevettata. Negli altri casi sono comunque parte del team scientifico che ha realizzato i brevetti. Considerando in media il valore di un brevetto in 3 milioni di euro e che un top scientist produce in media 21 brevetti nell’arco della sua carriera, si arriva a 148 milioni di euro persi dall’Italia per ogni cervello in fuga. Ma ci sono brevetti, come quelli chimici, che possono valere fino a 942 milioni di euro. La cifra potrebbe dunque essere sottostimata. Il valore attuale dei brevetti diretti dai top 20 italiani fuggiti all’estero, e accolti principalmente negli Usa, è di 861 milioni di euro netti. Su 20 anni il dato si attesta a due miliardi e raddoppia, 4 miliardi, se si considerano tutti i 301 brevetti, anche quelli di cui le nostre eccellenze non sono solo gli inventori ma a cui hanno contribuito come parte dei team di ricerca.

La migliore ricercatrice italiana è Silvia Franceschi e si colloca al quindicesimo posto della top 20 dei ricercatori italiani all’estero. Lavora in Francia. Diciotto provengono da regioni del Nord e del Centro, solo due dal Sud. La città che ha ceduto più ricercatori è Milano, la prima regione più ‘disertata’ è la Lombardia, che si è lasciata sfuggire 704 milioni di euro come valore attuale dei suoi brevetti, 1,7 miliardi dal 1989. I settori di ricerca in cui lavorano i nostri cervelli sono in particolare la medicina (12 su 20), soprattutto oncologia e immunologia. Seguono l’informatica, le neuroscienze la biologia cellulare. La classifica è stata stilata sulla base delle citazioni fatte dalla comunità accademica internazionale. Premiato Napoleone Ferrara, considerato il terzo miglior cervello italiano all’estero. Secondo il professor Andrea Lenzi, presidente del Consiglio universitario nazionale, “in rapporto alle risorse scarse e al più basso numero di ricercatori tra i paesi del G7, i nostri ricercatori hanno un indice di produttività individuale eccellente con il 2,28% di pubblicazioni scientifiche”. In Italia ci sono 70mila ricercatori contro i 155mila della Francia, i 240mila della Germania e gli statunitensi che sono un milione e 150mila. In Giappone sono 640mila, in Canada 90mila, nel Regno Unito 147mila.
fonte tiscali.it

giovedì 4 novembre 2010

Retina artificiale ridà la luce a tre non vedenti

Presto le persone non vedenti potrebbero tornare alla luce con un 'occhio bionico', o per meglio dire una retina artificiale che, impiantata nell'occhio dei pazienti, 'disegna le immagini' con la luce che gli arriva dall'esterno e le trasmette al cervello attraverso i nervi ottici in modo del tutto simile a una retina vera. Grande pochi millimetri, la retina artificiale creata da scienziati tedeschi, é stata impiantata con successo negli occhi di tre pazienti colpiti da degenerazione retinica a causa di una malattia ereditaria, la retinite pigmentosa. I risultati del primo trial clinico ristretto sono stati presentati sulla rivista 'Proceedings of the Royal Society B.'.
Nel giro di tre anni la retina artificiale sarà testata su alcune decine di pazienti in Europa e, se approvata, potrà entro cinque anni fare il suo ingresso definitivo in campo clinico. La retinite pigmentosa è una malattia progressiva che porta alla degenerazione della retina, ovvero l'organo che trasforma la luce convogliata dalla parte esterna dell'occhio (cornea e cristallino) in immagini che poi trasmette al cervello attraverso i nervi ottici, sotto forma di segnali nervosi. Per farlo la retina è dotata di cellule fotosensibili contenenti due tipi di fotorecettori (coni e bastoncelli). Nella malattia la retina diventa distrofica e prima il malato perde la capacità di vedere al buio, poi il suo campo visivo si restringe sempre di più. Moltissimi di questi pazienti diventano legalmente ciechi. Ci sono già stati alcuni tentativi di creare dispositivi artificiali per ridare almeno parzialmente la vista a questi pazienti. In particolare una specie di 'occhio bionico' è stata testata circa un anno fa in Inghilterra, ma era un dispositivo più 'rudimentale' rispetto a quello creato dai ricercatori tedeschi diretti da Eberhart Zrenner dell'Università di Tuebingen in questo nuovo studio. In quel caso l'occhio artificiale era costituito da un dispositivo esterno all'occhio che riceveva le immagini da una telecamerina applicata su occhiali. Il tutto era stato applicato a un uomo di 51 anni, cieco.
Il dispositivo consisteva in sensori collegati attraverso un processore a una telecamera montata su un paio di occhiali. Il gruppo tedesco, insieme ai colleghi della compagnia privata Retina Implant AG, è andato oltre. Loro hanno creato un chip di 3 millimetri quadri, spesso un decimo di millimetro, contenente 1500 fotorecettori artificiali che fanno le veci di coni e bastoncelli. I fotorecettori artificiali, però, ricevono gli impulsi luminosi in modo normale attraverso le strutture oculari del malato, quindi non c'é bisogno di telecamerina e processore esterni, la luce arriva alla retina artificiale direttamente dall'occhio. La retina artificiale è stata impiantata in questa prima fase sperimentale su tre pazienti e in modo temporaneamo per motivi di sicurezza. I malati grazie ad essa sono riusciti a localizzare degli oggetti su un tavolo e uno di loro, in particolare, a riconoscerne la forma nonché anche a vedere delle lettere molto grandi. L'obiettivo dei ricercatori tedeschi è molto ambizioso, creare un dispositivo permanente utile pure per altre malattie retiniche, anche per la maculopatia. Di qui a tre anni, quindi, saranno completati altri trial clinici su una cinquantina di pazienti; se tutto va bene la retina artificiale potrebbe essere autorizzata dagli organi competenti europei, ed entrare quindi in uso, entro i prossimi cinque anni.
fonte ansa.it